Chiamate perse in poliambulatorio: quanti pazienti ti scappano dal centralino

segreteria-reception del poliambulatorio

Le 12:40 di un martedì qualunque. Il telefono del tuo poliambulatorio squilla. Quattro squilli. Sei. Nove. La segretaria è al banco con un paziente, l’altra è in pausa. Il telefono smette di squillare.

Cosa è appena successo? Tu dirai: niente, richiamerà.

Sbagliato. Ha già chiamato il centro dopo il tuo su Google. E lì hanno risposto.

Ecco il punto che voglio piantarti in testa oggi: mentre spendi in pubblicità per far squillare quel telefono, nessuno nella tua struttura sa quante volte squilla a vuoto. E quelle chiamate a vuoto sono pazienti veri, con una prescrizione vera in mano, che avevano già deciso di darti dei soldi.

Il centralino è la porta d’ingresso (e nessuno la controlla)

Le chiamate perse sono la prima fonte invisibile di pazienti persi in un poliambulatorio: invisibile perché quasi nessuna struttura le conta, e non puoi accorgerti di un paziente che non hai mai sentito. Hai messo la porta blindata — il sito, i medici bravi, le convenzioni — e hai lasciato il campanello staccato.

Pensa a come tratti gli altri ingressi della struttura. La sala d’attesa la vedi ogni giorno. Il banco accettazione ce l’hai davanti. Il telefono no: la gestione delle telefonate vive una vita sua, e tu conosci solo le chiamate a cui qualcuno ha risposto. Le altre non lasciano traccia. Nessun cartellino, nessuna lamentela, nessun segnale. Solo un’agenda un po’ meno piena di quanto poteva essere, un mese dopo l’altro.

E bada: non sto parlando solo delle chiamate cadute nel vuoto. Sto parlando anche di quelle a cui si risponde male. Che sono peggio, perché ti costano il paziente e pure la reputazione.

Non è una sensazione mia: secondo i dati di MioDottore, il 64% delle cliniche fatica a rispondere al telefono. Sei in buona compagnia. Che è un altro modo per dire: chi sistema questa cosa passa davanti a tutti.

Il test dell’ecografia: cosa scopro quando chiamo i poliambulatori

Te lo dico per esperienza diretta, non per sentito dire. Io i poliambulatori li chiamo. Quasi tutti i giorni, a campione, in città diverse. È il mio modo di tenere il polso del settore: mi presento come un figlio che deve prenotare un esame per la madre.

La domanda è sempre la stessa: “Fate l’ecografia dell’addome completo? Il medico l’ha prescritta a mia madre. Quanto costa, come funziona, serve una preparazione?”

Semplice, no? È la telefonata più normale del mondo, quella che il tuo centralino riceve dieci volte al giorno.

Ti racconto com’è andata, nella maggior parte dei casi.

Primo: la presentazione. “Pronto?” Pronto chi? Ho chiamato un poliambulatorio o il bar sotto casa? Nella maggioranza delle chiamate nessuno si presenta: né il nome della struttura, né il proprio. Il paziente parte già disorientato, e la struttura ha già comunicato la prima cosa: qui non c’è un metodo.

Secondo: le risposte. Il prezzo di solito arriva, prima o poi. Sulla preparazione — che per un’ecografia dell’addome è decisiva, e se sbagli l’esame si ripete — cominciano i balbettii, i “guardi, non saprei”, i “le faccio richiamare”. E quando chiedo come funziona l’esame, perché mia madre è anziana e si preoccupa, cala il silenzio. La maggior parte non sa nemmeno che l’ecografia usa gli ultrasuoni. Non ti chiedo di avere un ecografista al centralino: ti chiedo se è accettabile che chi vende l’esame non sappia dire nemmeno che non è invasivo e non fa male.

Terzo, il più grave: quasi nessuno prova a chiudere. “Va bene, ci pensi.” Nessun “guardi, giovedì alle 9 avrei uno spazio, glielo tengo?”. Il paziente era lì, prescrizione in mano, pronto. E lo si lascia andare a “pensarci” — cioè a chiamare il concorrente.

Quanto costa davvero una chiamata gestita male?

Facciamo due conti insieme, con ipotesi prudenti. Prendi un’ecografia da 80 euro. Se il tuo centralino brucia — tra chiamate perse e chiamate gestite male — anche solo tre occasioni al giorno, sono più di 60 prestazioni al mese. Quasi 5.000 euro. Al mese. Da un solo punto della struttura.

E il conto vero è più salato, perché un paziente non vale una prestazione: vale i controlli successivi, gli altri esami, la moglie, i figli, la madre anziana. Chi entra bene resta anni. Chi non entra, non torna a bussare: là fuori è pieno di alternative.

Adesso confronta questa cifra con quello che hai speso l’anno scorso per “portare pazienti”: campagne, sito, cartellonistica. Curioso, no? Investiamo per far arrivare le persone alla porta e non investiamo un euro su chi la porta la apre.

Il test delle 3 chiamate: fallo domattina

Il modo più veloce per sapere come sta il tuo centralino è chiamarlo da un numero che non conosce. Tre volte, in tre momenti diversi: il lunedì alle 9, un giorno qualunque in pausa pranzo, il venerdì verso le 17:30. Sono le tre trincee del telefono.

A ogni chiamata, quattro cose da ascoltare:

1.     Quanti squilli prima della risposta (oltre il quinto, il paziente vero comincia a riagganciare)?

2.     Come si presentano: nome della struttura e nome di chi risponde, o un “pronto?” anonimo?

3.     La domanda-tipo: prescrizione in mano — costo, preparazione, tempi d’attesa. Risposte sicure o “le faccio sapere”?

4.     Il finale: ti propongono un appuntamento concreto, o ti congedano con un “ci pensi”?

Non serve dire chi sei, non serve mettere in imbarazzo nessuno: stai solo ascoltando la tua struttura con le orecchie di un paziente. Se anche una sola delle tre chiamate va storta, ricorda che quella scena si ripete ogni giorno, da anni, mentre guardi altrove.

E poi? E poi il problema non si risolve con una ramanzina alla riunione del lunedì — quella dura una settimana, poi tutto torna come prima. Si risolve con formazione e procedure: cosa dire al primo squillo, come rispondere alle dieci domande più frequenti, come proporre l’appuntamento senza sembrare venditori. Nel percorso Segretarie Eccellenti il telefono è un modulo intero del metodo G.U.I.D.A., ed è il primo su cui lavoro: perché è il punto dove si vede il risultato più in fretta.

Domande rapide

Quante chiamate perde in media un poliambulatorio?

Quasi nessuna struttura lo sa, ed è questo il problema: senza un centralino che traccia le chiamate perse, il dato non esiste. Il test delle 3 chiamate è il modo più rapido per farsi un’idea; la misurazione vera richiede strumenti adeguati.

Come rispondere al telefono in un poliambulatorio?

Nome della struttura, il proprio nome, un saluto: “Poliambulatorio X, sono Giulia, buongiorno”. Otto parole che comunicano ordine, accoglienza e metodo prima ancora di entrare nel merito.

Il front office deve conoscere gli esami che vende?

Sì, a livello di paziente: cos’è l’esame, se serve preparazione, quanto dura, quanto costa. Non serve competenza clinica: serve non lasciare mai il paziente senza una risposta di base o, peggio, con un’informazione sbagliata.

Il telefono non è un accessorio. È il tuo primo venditore.

Continuo a vedere titolari che investono sull’ecografo nuovo e trattano il centralino come un citofono. Io la penso all’opposto: il telefono è il punto esatto dove il tuo marketing diventa fatturato — o smette di diventarlo.

Fai il test delle 3 chiamate. Poi, se quello che senti non ti piace, prenota una consulenza gratuita: mezz’ora, mi racconti com’è andata e ti dico da dove partirei nel tuo caso. Chi vuole il metodo completo, sa dove trovarmi.

Antonio Pizzano è consulente per la crescita di poliambulatori, autore del libro Poliambulatorio Eccellente e ideatore del percorso Segretarie Eccellenti per il front office delle strutture sanitarie.

PRENOTA UNA CONSULENZA
GRATUITA

CLICCA QUI E COMPILA IL FORM